100 anni dalla nascita del partigiano della parola

di Francesco Neri –

“Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari battaglioni affiancati, di librerie neanche una…”

E’ l’attacco, memorabile e fulminante, di un libro-inchiesta Miracolo all’italiana, di uno dei massimi giornalisti del nostro paese, scomparso ormai da qualche anno, come Giorgio Bocca, che amava definirsi, senza falsa modestia e più semplicemente, un cronista. E, in effetti, per moltissimi anni Giorgio Bocca ha fatto il cronista. Nato a Cuneo nel 1920 e morto a Milano nel 2011 ha raccontato nei suoi pezzi, con una prosa asciutta e, a volte, scarna ma sempre molto efficace, ciò che accadeva nei vari angoli del mondo, nei posti più incredibili e più improbabili. Alcuni dei suoi articoli più belli sono stati raccolti nel volume  Giorgio Bocca, il partigiano della parola uscito nel 2012 nella collana dei libri per la biblioteca di Repubblica-L’Espresso, curato da Piero Colaprico e con la prefazione di Eugenio Scalfari che ha scritto, nelle pagine iniziali: “L’ultima volta che l’ho visto stava seduto alla sua scrivania, pallidissimo, il volto scavato con le ossa della fronte, degli zigomi e delle mascelle coperte dalla pelle e gli occhi fissi davanti a sé che guardavano il vuoto. Gli chiesi se avesse dolore in qualche parte del corpo, rispose “No, nessun dolore”. “Questo è un buon segno – gli dissi mentendo – ma come ti senti?”, mi guardava senza alcuna espressione, poi la bocca accennò un sorriso. La risposta fu “non ci sono”… “La politica ti interessa sempre?”. Rispose: “Non c’è politica”. Poi fu lui a chiedermi: “Tu come fai a scrivere ancora?”. Risposi che il mestiere, se lo hai imparato fin da ragazzo, è lui che ti porta sulle spalle e tu vai avanti senza fatica. Lui commentò: “Per me il mestiere non c’è più, se n’è andato prima di me ma l’attesa ormai sarà breve”… “Quando l’amica del destino è arrivata all’appuntamento e ha portato via la sua spoglia l’anima se n’era già andata e lui me l’aveva detto: non ci sono più…Giorgio è stato un grande giornalista, un grande cronista e un grande scrittore. Non era un letterato ma uno scrittore si, dei vezzi letterari non aveva bisogno…”

La sua lunghissima carriera giornalistica comincia immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, dopo aver partecipato alla Resistenza e dopo aver militato nelle formazioni Giustizia e Libertà. Redattore alla Gazzetta del Popolo, poi all’Europeo e poi inviato del Giorno, il quotidiano di Enrico Mattei diretto da Italo Pietra, anche lui partigiano e socialista. “L’aggressività petrolifera di Mattei” si traduce in linea politica, riformista, neocapitalista con un occhio di riguardo verso i socialisti e i democristiani di sinistra. “E il provinciale che ero  – ha scritto Giorgio Bocca nel libro in cui si racconta, nel suo libro più  bello,  quello che sembra essere il suo testamento spirituale –  Il provinciale settant’anni di vita italiana  – ci ricadde, per la seconda volta tornò a sperare come nella guerra partigiana, in un paese laico, moderno in cui il giornale dell’Eni avrebbe dato voce a una nuova cultura industriale, a pensare che saremmo diventati il giornale dell’aristocrazia operaia e della tecnocrazia, che stavano facendo dell’Italia un paese ricco e moderno”.  E ancora aggiunge Bocca: “A me il Giorno di Pietra e di Mattei dava via libera per andare alla scoperta  dell’Italia”.  E, allora, via alla scoperta della provincia, quella delle campagne che si spopolano e quella delle industrie che aumentano, “una miniera a cielo aperto” come la definisce Bocca che scava e racconta, con intelligenza, con lucidità e con passione. Con un metodo nuovo per il giornalismo italiano: conoscenza e studio dei dati riguardanti la realtà da raccontare, molti libri letti alle spalle, tante persone incontrate. “Quell’Italia aveva animo lieto e alacre nonostante le difficoltà della vita perché percorsa da un’idea o grande speranza di progresso. L’atteggiamento di un cronista come me rispetto alle prime manifestazioni di consumismo massificato, di benessere diffuso era insieme di critica e di adesione…”

Dell’Italia, nell’epoca in cui non esistevano personal computer e telefonini e in cui, forse, nemmeno si ipotizzava l’esistenza dei social media e l’unico strumento di lavoro era una penna e il vecchio taccuino, Giorgio Bocca ha cercato di descrivere i vizi più che le virtù, di decifrare le mille contraddizioni, di denunciare l’arroganza del potere. E quell’attacco fulminante, “Fare soldi,  per fare soldi, per fare soldi” che alcuni decenni fa era riferito ad una piccola cittadina del nord come Vigevano, sembra scritto oggi, tanto risulta attuale. Tanto efficace era la sua capacità di analisi, tanto lucido era il suo sguardo che gli  consentiva di vedere, con un largo anticipo, dove stavano andando gli italiani.

Ha raccontato, Giorgio Bocca, il nostro paese percorrendolo in lungo e in largo. Editorialista, opinionista e columnist Bocca lo è diventato solo nella seconda parte della sua vita, dopo aver intrapreso una nuova avventura professionale, partecipando alla fondazione del quotidiano La Repubblica nel 1976, insieme, tra gli altri, ad Eugenio Scalfari, Mario Pirani, Rosellina Balbi, Gianni Rocca.

A deludere Bocca è la ricca borghesia italiana che non riesce a diventare una classe dirigente seria e credibile: “Sembra incredibile che un ceto così ricco di fiuto merceologico, di attaccamento al lavoro, di ardimento commerciale, di gusto manifatturiero non riesca a capire che una società, la società in cui vive, non può continuare senza un solido assetto sociale, senza interessi e iniziative intellettuali, senza un ordine. In altre parole senza una civiltà che non sia quella pura e semplice dei consumi”. Demagogia e populismo, sembra la denuncia della classe politica al governo del Paese in questi mesi che, nel migliore dei casi, non ha una storia radicata, non ha nessuna tradizione a cui riferirsi, non ha padri nobili a cui richiamarsi. Soltanto slogan facili, talvolta persino banali e scontati, spesso urlati con protervia e volgarità. Del resto Giorgio Bocca aveva fatto la Resistenza e proprio grazie a quell’esperienza aveva imparato certi valori precisi, onestà, correttezza, rigore morale, dopo aver conosciuto alcuni uomini torinesi, tra i maggiori intellettuali italiani, come Vittorio Foa, Massimo Mila, Norberto Bobbio.

“Io sono arrivato, come molti, all’antifascismo – ha ricordato Bocca – con la guerra. Perché si capì che c’era una grande  disparità tra la propaganda e la realtà: durante la scuola ufficiali ho cominciato a incontrare degli antifascisti con i quali si parlava e i quali ti davano anche dei libri da leggere. Quindi sono tornato a Cuneo come tenente ed ero già preparato ad essere antifascista. Poi l’8 settembre la scelta è stata immediata. Ma nessuno di noi era preparato militarmente ed abituato a usare le armi perché nell’educazione militare italiana le armi non venivano usate per risparmiare le pallottole. In tutti i corsi per allievi ufficiali e per giovani fascisti si sparava con pallottole di legno. Era una roba abbastanza comica. Poi abbiamo imparato a sparare ma sparare  è difficile sempre. L’esperienza della guerra insegna che si muore più per caso, per errore che per mira…la guerra è una cosa terribile e nella guerra si fanno cose terribili… A volte per capire le cose della nostra vita si impiegano trenta o quarant’anni. Io, per esempio, ho capito adesso qual è il vero motivo della nostalgia che io ho per quel periodo, che è una nostalgia politica, una nostalgia militare ma è soprattutto una nostalgia di ritorno alla natura…”       

E’ il 25 aprile del 1945 e Giorgio Bocca è comandante partigiano a Cuneo della decima divisione Giustizia e Libertà: “Per me era ancora guerra – dice ancora Bocca  – in quel giorno lì abbiamo avuto uno scontro con una divisione tedesca corazzata, la Goering che si stava ritirando dalla Liguria e stava rientrando in Germania. La incontrammo nei pressi di Savigliano dove vedemmo incendiare le ultime case dei villaggi e cercammo inutilmente di fermarla. E quindi la Liberazione non è stata una liberazione cittadina ma una continuazione della guerra partigiana. Siccome io sono salito in montagna l’8 settembre del ’43 sono uno di quelli che hanno fatto venti mesi di guerra partigiana. Mi pare che sia stata una delle poche pagine dignitose dell’Italia in quel periodo. L’Italia di oggi, la democrazia che abbiamo oggi è stata fondata in quei giorni lì. Mi pare che sia qualcosa di cui gli italiani dovrebbero essere fieri e invece qualcuno ha proposto di rivedere i testi di scuola per spiegare che la Resistenza italiana non è stata quello che è stata e cioe’ la seconda guerra partigiana, per cercare di spiegare che la guerra partigiana era sbagliata. L’incitamento ad unirci tutti perché siamo tutti uguali, siamo tutti per la Patria è un falso incitamento perché in Italia la guerra civile c’è stata e i fascisti erano i nemici della democrazia”.

Alcuni importanti libri di Giorgio Bocca sono dedicati proprio a uno dei periodi più drammatici della storia italiana del Novecento: Una Repubblica partigiana del 1972. La Repubblica di Mussolini del 1977. Mussolini socialfascista del 1983. Il padrone inredazione del 1989, Storia dell’Italia partigiana settembre 1943-maggio 1945 del 1995. Storia d’Italia nella guerra fascista 1940-1943 del 1996. Partigiani della montagna del 2004.

Poi c’è la monumentale biografia di Palmiro Togliatti, uscita per la prima volta da Laterza nel 1973 e ristampata nell’agosto del 2014 da Feltrinelli, in occasione dei cinquant’anni dalla morte del Migliore.

E, ancora, sono da ricordare una serie di inchieste tra cui: I giovani leoni del neocapitalismo del 1963.  L’Italia è malata del 1977.  Moro: una tragedia italiana del 1978.  Il terrorismo italiano sempre del 1978.  Vita di giornalista del 1979.  Italia anno uno: le campagne senza contadini, le città senza operai del 1984.  Noi terroristi, dodici anni di lotta armata ricostruiti e discussi con i protagonisti del 1985.  L’Italia che cambia del 1987.  Gli italiani sono razzisti? del 1988.  Il filo nero del 1995. Italiani strana gente del 1997. Piccolo Cesare del 2002.  Le mie montagne, gli anni della neve e del fuoco del 2006. E poi, ancora, i reportage con i quali Bocca ha raccontato la mutazione politica e addirittura antropologica del nostro paese: L’Inferno del 1992, Metropolis del 1993, Il sottosopra del 1994. Tutti libri che hanno il sapore di amari resoconti di illusioni tradite. Giorgio Bocca non ha mai scritto romanzi ma ce n’è uno, tra i suoi libri, Il provinciale settant’anni di vita italiana  che del romanzo, un romanzo intimo, ha il passo narrativo, il linguaggio asciutto ed efficace e una bella storia, una lunga storia da raccontare, quella dell’autore, nato a Cuneo nel 1920 che ha vissuto il fascismo, l’opposizione al regime, la guerra, la Liberazione, la successiva industrializzazione, la grande emigrazione interna dal Sud al Nord, la società del benessere fino all’Italia di oggi.

“…Adesso sotto di me è visibile solo la casa degli Haudemand e la loro lampada gialla attorno a cui vedo mulinare i primi fiocchi di neve. Stanno scomparendo nel grigio bianco anche le luci di Challancin che, sulla collina, è la nostra ultima Tule. Si ode – scrive Giorgio Bocca nelle righe conclusive del suo romanzo autobiografico – un batter di pala, è Enrico Pareyson il custode che vuol farmi capire che lui è pronto al suo lavoro. Adesso viene giù forte, ce ne saranno già quindici centimetri, esco a pisciare, sommo piacere celtico, guardare il foro giallino nel bianco immacolato della neve, avvolto dal fruscio della neve che cade e sono felice esattamente come lo ero nei lontani anni della neve e del fuoco. Che resta da capire?”.