“COS’ E’ LA PAURA? CAMMINARE PER STRADA E SOBBALZARE A OGNI MACCHINA CHE TI PASSA VICINO”

di Francesco Neri –

LA    PASSIONE     E     L’   IMPEGNO    DI    UN    GIORNALISTA:   40      ANNI      FA      LA      MORTE       DI       WALTER      TOBAGI

“…il tentativo di conquistare l’egemonia delle fabbriche è fallito. I terroristi risultano isolati dal grosso della classe operaia. L’immagine delle Brigate Rosse si è rovesciata. Sono emerse falle e debolezze…E così si dissolve il mito dell’imprendibile colonna genovese, il nucleo d’acciaio delle Brigate Rosse ha subìto un colpo durissimo. I frutti prodotti dal fascino malefico della clandestinità sono un seme che avvelena e angustia ormai l’intera società. E’ una paura diffusa, un terrore istintivo…”

Sono alcune frasi di un articolo pubblicato il 20 aprile del 1980 sulla prima pagina del Corriere della Sera  col  titolo  Non sono samurai invincibili. La firma è quella di Walter Tobagi, un giornalista scomodo, un riformista convinto, un uomo perbene di grande onestà intellettuale. Ha trentatrè anni Tobagi – sposato con due figli piccoli, Benedetta e Luca – quando viene  colpito dal piombo terrorista.

“Barbone esplode il primo colpo e il giornalista Walter Tobagi per una manciata di secondi continua a camminare sulle sue gambe. E’ in quel frangente che Barbone mi dice ‘spara, spara’ ed io esplodo allora tre colpi in rapida successione. Tobagi ha un momento di sbandamento, fa per appoggiarsi a una macchina ma crolla sulle gambe. E’ in quel momento che Barbone dice ‘non è morto’, si china anche lui sulle gambe ed esplode un altro colpo”.

Una vera e propria esecuzione, come ha raccontato il terrorista pentito Mario Marano in una testimonianza resa davanti  ai  giudici  in  un’aula  di giustizia. E’ il 28 maggio del 1980 quando un commando di terroristi di cui facevano parte   Marco  Barbone,  Mario  Marano,  Paolo  Morandini, Daniele Laus, Francesco Giordano e Manfredi De Stefano, colpì a morte il giornalista del Corriere della Sera. Martedì 27 maggio 1980, è sera e a Milano al circolo della stampa c’è un dibattito dal titolo Terrorismo e informazione. Prende la parola Walter Tobagi: “E’ vero che c’è un imbarbarimento della società italiana che tocca tutti ma sappiamo purtroppo come nasce questo imbarbarimento e possiamo meravigliarci ogni volta che scopriamo degli effetti prodotti da questa situazione. Tutte le volte noi ripetiamo gli stessi appelli e poi le cose vanno avanti come prima e vediamo a chi toccherà la prossima volta”.

La mattina successiva a quel convegno il giornalista milanese viene messo nel centro del mirino dagli esponenti della famigerata Brigata XXVIII marzo, una formazione dell’estrema sinistra di cui facevano parte alcuni figli della buona borghesia intellettuale: come Marco Barbone, per esempio, che era il figlio del direttore editoriale della Rizzoli o come Paolo Morandini, che era il nipote del noto critico cinematografico. “Lui aveva notato che c’erano più giovani del solito tra il pubblico del circolo della stampa…abbiamo il dubbio – ha detto Marco Volpati, il giornalista del Telegiornale della Lombardia che dette la tragica notizia – che quei giovani che Tobagi vedeva in fondo alla sala fossero proprio quelli che l’indomani mattina gli hanno sparato”.  

Nato a San Brizio vicino Spoleto il 18 marzo del 1947, quando aveva 8 anni la sua famiglia si traferì a Bresso, vicino Milano, dove il padre faceva il ferroviere. Walter Tobagi comincia a scrivere molto presto, quando ancora frequenta il ginnasio e poi il liceo  classico  Parini   come   redattore  del  giornale  scolastico    La zanzara.

Dopo il liceo comincia a scrivere  sul quotidiano socialista l’Avanti! dove si occupava di informazione e di politica. Per lui la passione per il giornalismo coincideva con la passione per  le tematiche sociali e civili: giornalismo, dunque, come impegno civile e sociale. Una passione nata sui banchi di scuola. “Ci siamo conosciuti, Walter ed io, sui banchi di scuola – ha ricordato Vittorio Zucconi – come si diceva delle storie d’amore anche se questa, purtroppo, è finita molto male…”  Dopo aver lavorato alcuni mesi all’Avanti!  Tobagi viene chiamato al quotidiano cattolico Avvenire, occupandosi sempre di tematiche civili,  in  particolare   andava   definendosi  il   suo   interesse  sul movimento sindacale che approfondì anche come ricercatore universitario  e come  studioso. Ha detto di lui Leonardo Valente che dirigeva l’Avvenire alla fine degli anni Sessanta:  “Nel 1969, quando lo assunsi, mi accorsi di essere davanti a un ragazzo preparatissimo, acuto e leale…Non c’era argomento che non lo interessasse, dalla politica allo sport, dalla filosofia alla sociologia, alle tematiche, allora di moda, della contestazione giovanile. Affrontava qualsiasi argomento con la pacatezza del ragionatore, cercando sempre di analizzare i fenomeni senza passionalità. Della contestazione condivideva i presupposti ma respingeva le intemperanze…Walter preparava gli articoli con la stessa diligenza con cui al liceo faceva le versioni di latino e greco e all’università si dedicava alle ricerche storiche: una montagna di appunti, decine e decine di telefonate di controllo, consultazione di leggi, regolamenti, enciclopedie…Ma quando finalmente si metteva alla macchina da scrivere si poteva esser certi che dal rullo sarebbero uscite due cartelle di oro colato. E se per caso, al termine delle sue ricerche e dei suoi controlli, si accorgeva di essere arrivato a conclusioni opposte rispetto a quelle da cui era partito, buttava tutto all’aria e ricominciava dal principio…”

L’Italia di quegli anni è un paese che conosce il ’68, poi nel ’69  la strage di Piazza Fontana e poi, nel decennio successivo, gli anni di piombo. E, nel frattempo, il giovane Tobagi  dall’Avvenire  passa al Corriere d’informazione per approdare poi, nel 1976, al Corriere della Sera. Ha solo ventinove anni. E comincia allora, proprio per il Corriere, a occuparsi di alcuni degli episodi più clamorosi del terrorismo, che resterà il suo argomento privilegiato e alle cui vicende dedicherà l’impegno maggiore: a cominciare dalla morte di Giangiacomo Feltrinelli e dall’assassinio del commissario Calabresi. Libertà di stampa, informazione necessaria per la democrazia, autonomia del giornalismo dal potere politico: sono i temi della battaglia sindacale di Tobagi. E quando sarà un sindacalista, Guido Rossa, a cadere per mano terrorista, il 24 gennaio del 1979, Walter Tobagi scriverà sulle pagine del  Corriere della Sera  un pezzo rimasto memorabile, dedicato proprio all’omicidio dell’operaio dell’Italsider  che aveva denunciato un suo compagno di lavoro sorpreso a distribuire in fabbrica alcuni volantini dei terroristi:  “…l’uccisione di Genova era prevista a tavolino, il povero Guido Rossa è diventato il capro espiatorio per i brigatisti che cercavano un personaggio da colpire. Se la sono presa con lui per lanciare un avvertimento, ricostruire un muro di omertà all’interno delle fabbriche. I brigatisti genovesi hanno fama di imprendibili. Con un’azione così spietata mirano a ribadire la loro supremazia anche all’interno delle Brigate Rosse.”

Dopo Guido Rossa, 24 gennaio 1979 e dopo Emilio Alessandrini, 29 gennaio 1979, al centro del mirino c’è proprio lui, Walter Tobagi. Il 30 gennaio 1979 in una borsa viene trovata una scheda dettagliatissima che parla di lui. Da quel momento Tobagi è un uomo segnato, che deve imparare a convivere con la paura e di questa paura parlerà in un appunto scritto per i propri familiari, ritrovato dopo la sua morte.  “Lui scrive – ha ricordato Benedetta Tobagi -‘cos’è la paura? Camminare per strada e sobbalzare a ogni macchina che ti passa vicino, guidare l’automobile e spaventarsi per una moto che ti si affianca, l’altra mattina, il 30 gennaio, è stata trovata una scheda  col  mio  nome  nella borsa ventiquattrore lasciata da un terrorista in viale Lombardia. Provo una sensazione di angoscia. Questa paura mi accompagna da più di un anno, da quando uccisero Casalegno, e mi toccò di cominciare a scrivere di brigatisti. L’assassinio di Alessandrini vuol dire che non valgono più le regole di un anno fa, nel mirino entrano proprio i riformisti, quelli che cercano di comprendere. Mi pare di essere, forse è autosuggestione, il giornalista che sia come carattere che come immagine è più vicino al povero Alessandrini. Se toccasse a me la cosa che mi dispiacerebbe di più è non aver trovato il tempo per scrivere una riflessione che spiegasse agli altri, penso a Luca e a Benedetta, il senso di questa mia vita così affannosa…”

Nonostante alcuni giornalisti fossero stati già colpiti a morte come Carlo Casalegno, e altri come Emilio Rossi, Indro Montanelli e Guido Passalacqua fossero stati gambizzati, Walter Tobagi non volle la scorta, ritenendo di continuare, comunque, a fare il suo lavoro con serietà e impegno. Poi arriva il 28 maggio del 1980. Via Salaino, Milano. Sono le 11 di mattina. Cinque colpi di pistola colpiscono Tobagi. “Agonizza e muore nel giro di pochi minuti sotto gli occhi di sua moglie e di sua figlia”, dirà la voce che diffonderà la notizia del suo agguato.

Ha scritto, Benedetta Tobagi, in un libro tenero e durissimo, Come mi batte forte il tuo cuore:  “Hanno ucciso papà. Ma queste cose succedono nei film, non può essere vero. I compagni dell’asilo non mi credono. Allora insisto: ‘Hanno ammazzato papà, gli hanno sparato, bum! bum!, con la pistola’ e mimo con le dita la forma dell’arma. Una P38”.