COVID-19: dare i numeri senza uscire di casa (ma neanche di testa)

di Giorgio Cassiani1 e Alberto Godio2

Ma se ogni giorno sulla prima pagina dei giornali online leggeste “Oggi 1832 morti” ed il giorno dopo “Oggi 1567 – la situazione migliora” ed il giorno dopo ancora “Oggi 1922 – siamo ancora in emergenza” cosa pensereste? E cosa penserebbe il “cittadino medio”, sempre ammesso che tale essere umano esista? Notate che leggereste (il cittadino medio leggerebbe) la verità di ogni giorno che Dio ha messo in terra, da molti anni, in questa nostra Italia. Nel 2019, i morti sono stati circa 647000, con una media di circa 1770 al giorno.

In questa emergenza Covid-19 siamo di fronte ad una situazione non dissimile. L’effetto è quello di generare confusione, ansia e talora puro terrore. Ma i numeri giustificano tale effetto?

Abbiamo deciso di mettere insieme questo breve contributo non in quanto specialisti di epidemiologia (non lo siamo – ma non lo sono anche moltissimi che comunque scrivono) ma da cittadini. Ci ha mosso sì, non lo nascondiamo, il desiderio di rendere un contributo utile al lettore, ma anche la preoccupazione per la distorsione di molte informazioni, e talora un po’ di sana indignazione. Scriviamo con grande cautela, perché abbiamo letto ed ascoltato molti ignorare che in questa situazione (ma quasi sempre) le parole pesano come macigni.

Prima di tutto osserviamo l’effetto di due mesi (circa) di lanci mediatici continui, fatti spesso di numeri e altrettanto spesso di notizie infondate, esagerate o distorte. L’effetto è che ora, che forse-usciremo-tra-poco-chissà-neanche-questo-si-sa, il Terrore ha infettato tutti. È stata una scelta, crediamo consapevole del Governo, e di chi lo ha guidato o se ne fa guidare: di fronte alla necessità di evitare di avere i (troppo pochi) numeri di terapia intensiva (5800 circa all’inizio dell’epidemia, contro circa 28000 della Germania) immediatamente travolti, il Governo dopo colpevoli tentennamenti ha fatto a quel punto l’unica cosa che forse si poteva fare. Chiudere tutto. In una tre giorni forsennata che ha progressivamente bloccato il Paese. Ma in che modo si può imporre a 60 milioni di concittadini di bloccarsi? Con la paura. Della denuncia penale (poi derubricata ad una multa tipo eccesso di velocità)? Non basta. Deve essere Terrore. Il terrore in questo caso è volato sui numeri. Perché fare un appello alla responsabilità? Per farlo bisognerebbe dare informazioni corrette. Per chi non lo ricordasse, si vada a rivedere Antonio Albanese che fa il “Ministro della Paura” in una nota trasmissione RAI. Era paura del diverso, del migrante, della Troika… non importa. La Paura è un sentimento potente, e guida scelte senza se e senza ma. Quindi funziona.

All’inizio di questa conta dei numeri Covid-19, quando i morti hanno superato 250, un’amica ci segnalava tutto il suo sconcerto: “So’ tanti”. Per chi, come noi, ha un po’ di sensibilità sociale e di dimestichezza con i numeri, una considerazione così ha fatto scattare il campanello di allarme. Quei numeri sparati ogni giorno in prima pagina avrebbero avuto l’effetto di una Strategia della Tensione. Giusto per rafforzare la strategia (il “modello Italia” di cui abbiamo purtroppo sentito parlare) molti media si sono preoccupati di attaccare le strategie di altri Paesi (Svezia, Germania, Gran Bretagna), augurando loro di essere sommersi di vittime – ma finora le vittime le abbiamo soprattutto noi.

Ma torniamo a guardare con un po’ di senso critico i numeri.

Il numero totale dei morti e il rapporto con i positivi. Ad oggi (19 aprile 2020) risultano 23227 deceduti con Covid-19 (non di…) su 175925 risultati positivi ai tamponi, con lo stratosferico rapporto del 13.2% di letalità (da non confondere con la mortalità, che è il rapporto dei deceduti sulla popolazione totale). Dovrebbe essere chiaro a tutti che c’è un problema, altrimenti una malattia così letale non sarebbe riuscita ad uscire neanche dal mercato degli animali di Wuhan o da dove sia uscito: la diffusione del virus è tanto più efficace quanto meno è (immediatamente o a breve) letale, ovviamente! L’errore può essere tanto al numeratore quanto al denominatore. In realtà probabilmente errori stanno da entrambe le parti. Di sicuro al denominatore, visto che “pare” che la letalità misurata altrove (dove?) sia ben sotto l’1%. Se così fosse i positivi sarebbero almeno 2 milioni, per la maggior parte al Nord (come i morti) e per la maggior parte in Lombardia (come mai?). Ci sono studi che parlano di 6 milioni di Italiani che sono stati esposti al virus. Questo sarebbe ragionevole se si ritiene (e si ritiene) che anche il numeratore sia sbagliato per difetto, visto che molti anziani sono morti nelle RSA senza contarli, oppure a casa (dove sono stati spesso tenuti per non intasare gli ospedali). Ragionevolmente, in alternativa, sono state proposte considerazioni basate sul numero di morti in eccesso rispetto allo stesso periodo del 2019. Facciamo un conto banale: assumiamo che i morti collegati al Covid-19 siano 2 o 3 volte quelli “ufficiali”, e con una letalità dello 0.5% si arriva ai 6 milioni esposti già citati. Un 10% della popolazione già esposta al virus sembra confermata dai pochissimi studi finora condotti (p.es. Università di Genova) su piccoli campioni. Qui diamo i numeri (ma siamo in ottima compagnia!).

Età delle vittime. Su questo (almeno) le fonti ufficiali sembrano concordi. La Figura 1 fotografa la distribuzione dei decessi per classi di età. Ci hanno anche spiegato che i deceduti nella maggior parte dei casi ha altre patologie, spesso gravi. Quello che si sono dimenticati di dire è che la distribuzione dei deceduti per malattie respiratorie nel 2017 (Figura 2) segue praticamente la stessa distribuzione (e con numeri ben superiori!). Del resto anche la distribuzione dei deceduti totali nel 2017 (Figura 3) segue una distribuzione analoga: ovvero muoiono soprattutto gli anziani, e meno male, altrimenti non sarebbe davvero una buona notizia (l’influenza “Spagnola” ha ucciso soprattutto moltissimi giovani). Ne consegue che l’età media dei deceduti Covid-19 coincide con l’età media dei deceduti (“aspettativa di vita”). Anche se per il singolo il ragionamento magari non vale, questo equivale in media a dire che “era arrivata la sua ora” (suona cinico, ma lo diciamo ogni volta che muore un anziano). È forse una falce crudele che taglia oggi quello che sarebbe caduto durante l’anno? E se proprio volevamo proteggerli questi anziani, non sarebbe stato il caso di difendere le strutture dove i più deboli sono relegati (RSA)? Eppure, ogni morto giovane (e sono davvero pochi) è sbattuto in prima pagina. Forse anche un po’ di deontologia professionale aiuterebbe anche i giornalisti (e gli editori).

Medici ed infermieri. Non è nostra intenzione inseguire giorno per giorno i numeri, ma abbiamo avuto un bollettino giornaliero, con tanto di foto (di alcuni) dei medici “caduti al fronte” di questa epidemia. Meno foto di infermieri. Niente sugli “operatori sanitari” (eppure ci sono e rischiano eccome). Un rapido conto indica che, ad oggi, si contano (circa) 131 deceduti fra i medici. Tutti compresi, mica solo quelli sul “fronte” (usiamo questa parola con sommo imbarazzo, perché noi al fronte di una guerra non siamo mai stati – e mai vorremmo trovarci – ma certo neppure chi usa “guerra” “battaglia” “fronte” per parlare del Covid-19). I numeri dicono anche che gli iscritti all’albo dei medici, in Italia, sono 400000 circo. Fatto un rapporto 131/400000 viene 0.03%. I morti contati in Italia sono (vedi sopra) ad oggi 23227. Dividiamo per 60 milioni circa, viene 0.03%. Gli infermieri sono oltre 300000, quindi quelli neanche parlarne. Direte che i medici attivi sono 250000 circa: allora il risultato viene 0.05%. I medici mediamente in Italia sono “anziani”, hanno più di 55 anni. Quindi… i conti tornano. Allora perché insistere su questi casi? Merita invece insistere sulla protezione personale di tutti gli operatori sanitari: perché non sono stati protetti più degli altri, come avrebbero dovuto essere? Perché i medici di base sono stati letteralmente lasciati senza indicazioni (ancora ad oggi)? Siamo al fianco di chi lavora in questo delicato settore ma se un Paese ritiene di avere bisogno di eroi è una Paese disastrato.

R0: è un parametro dei modelli epidemiologici. Ne abbiamo sentito parlare sui giornali. Dice il sito ISS: “il cosiddetto R0 ovvero il numero di riproduzione di base che rappresenta il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione completamente suscettibile cioè mai venuta a contatto con il nuovo patogeno emergente”. Questo parametro misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva; lo ha ben spiegato Angela Merkel (laurea in fisica, dottorato in chimica). Se R0 > 1, l’epidemia si espande, se R0 < 1, recede. Ma attenzione: il modello è fenomenologico. Ovvero assume dei meccanismi, ma i suoi parametri non sono (non possono essere) misurati indipendentemente in modo controllato. Sono ricavati interpolando i dati: il modello viene calibrato sui dati osservati modificando (come una manopola) i parametri che governano il modello. Come centrare un bersaglio con un cannone modificando alzata e azimut (ci scuserete per il paragone bellico, tanto di moda). Quindi R0 è quello “osservato” ovvero nelle condizioni di contagio attualmente presenti (lockdown). Con un lockdown totale R0 deve per forza andare a zero – e chi ci riesce di contagiare?  Ma il modello fitta i dati, ovvero è relativo allo stato delle cose in questo caso, sia in Italia che in Germania, nella attuale condizione di distanziamento sociale (molto pesante in Italia). Quale scenario avremo una volta terminato il lockdown? Da una parte assistiamo al terrore degli “esperti” (ma chi ha esperito una situazione del genere?), dall’altra ascoltiamo Merkel, non sentiamo dire che R0 deve andare a zero. Perché?

L’immunità di gregge. È diventata una mala parola (e tutti a riderne, sulla stampa e nella opinione pubblica italiana – Boris ah ah, alla fine lo ha preso anche lui). Veniva usata nella lotta anti-no-Vax per convincere ed infine forzare le persone a vaccinare i figli contro malattie come il vaiolo. L’immunità di gregge fa sì che, essendoci ormai molti immuni, a seguito di infezione, spesso senza sintomi, il virus non ha modo di diffondersi ed allora R0 crolla. Quale percentuale della popolazione ci vuole? Difficile dirlo. I modelli si basano tutti su forti assunzioni. Di sicuro ci vuole un po’ di tempo. Uno studio israeliano (quanto sensato?) nota come dopo 70 giorni in tutti i Paesi l’epidemia sembra recedere. Forse è la costante di tempo necessaria, in media, perché l’immunità di gregge cominci a funzionare? Forse a quel punto magari in Italia saremo (siamo?) ben oltre il 10% di persone che hanno sviluppato immunità? Impossibile verificarlo, perché non conosciamo né il tempo di incubazione (strano che con il lockdown ci sia voluto un mese e mezzo per vedere la curva dei contagi calare) né da quanto tempo il tutto era partito (facilmente il virus gira in Italia da tutto gennaio, visto che si erano (pare) osservati più casi di polmonite rispetto alla media in diverse zone del Paese. Quindi… aspettiamo test sierologici affidabili, o ci prendiamo qualche inevitabile rischio come hanno fatto quasi tutti gli altri Paesi con cui ci confrontiamo? Prendiamo da una cosa buffa che gira sul social: “Ecco la situazione reale aggiornata riguardo al virus: bisogna restare a casa finché il virus non scompare. Ma scomparirà solo se ci sarà l’immunità di gregge, ovvero se avrà fatto il giro. Per questo servirebbe che incontrassimo gli altri”.

Un capitolo a parte meriterebbero (no forse no) tutte le notizie di dubbia origine e di basso livello che abbiamo letto in questi ormai troppi giorni di isolamento: correlazione tra rete 5G ed infezione (qualcuno in UK brucia i ripetitori…); stile di vita vegano contro il Covid-19; diffusione di smog e Covid-19 (entrambi nelle zone più dense ed a maggior mobilità, verrebbe da dire); origine del Covid-19 dai laboratori cinesi (lo sostiene un premio Nobel, il francese Montagnier); correlazione tra hot spot del Covid-19 ed uscite autostradali, etc. Lasciamo stare, il nostro intento non è quello di fare satira. Seguono messaggi allarmistici di ogni tipo: starnuti che arrivano a 9 metri; virus in aria per giorni, etc. Eppure sono tutti argomenti ai quali i giornali (quelli “affidabili”) hanno dato ampio spazio.

Un altro capitolo sarebbe da dedicare a quanto è davvero pericoloso questo virus. Gaël Giraud in un breve saggio di pochi giorni fa scrive “Dobbiamo innanzitutto ribadire, a rischio di creare sconcerto, che la posizione di molti specialisti di salute pubblica è coerente su un punto [2]: la pandemia Covid-19 sarebbe dovuta rimanere una epidemia più virale e letale dell’influenza stagionale, con effetti lievi sulla grande maggioranza della popolazione, e molto seri solo su una piccola frazione di essa”, ove [2] sta per  Cfr J.-D. Michel, «Covid-19: fin de partie?!» (https://bit.ly/3996Evs (https://bit.ly/3996Evs)), 18 marzo 2020; T. Pueyo, «Coronavirus: The Hammer and the Dance. What the Next 18 Months Can Look Like, if Leaders Buy Us Time» (https://bit.ly/3bjAA9K (https://bit.ly/3bjAA9K)), 19 marzo 2020”. Quindi questo virus palesemente non è in grado di sterminare la popolazione europea dimezzandola (si stima) come la Peste Nera del 1348-1350. Tantomeno somiglia alla più recente e disastrosa influenza “Spagnola” del 1918. Eppure ogni volta che ci è capitato di sollevare simili questioni con amici e colleghi la risposta è “l’influenza non uccide così. Il raffreddore non uccide”. Invitiamo tutti coloro che ne dubitano e leggere che stragi di popolazioni indigene sono accadute nelle Americhe a causa di virus e batteri portate dai colonizzatori europei, perché quelle popolazioni, isolate nel continente americano da 15000-20000 anni, non erano mai state esposte a simili germi (si legga Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond, 1997). Influenza, raffreddore etc sono malattie “minori” solo perché la specie si è “abituata”, ovvero ha sviluppato immunità di gregge (fin da bambini).

Inoltre, visto che qui parliamo di numeri, ed abbiamo parlato di numeri di una epidemia senza essere epidemiologi (e neanche medici), riflettiamo anche sui dati economici che vediamo stagliarsi all’orizzonte (senza essere economisti). A parte il lockdown e l’ovvio impatto diretto (10-15% del PIL su 2 mesi di stop?), i numeri “sparati” ogni giorno in prima pagina che effetto avranno? Hanno creato il Terrore, ed ora (o dal 4 maggio) il Terrore come si combatte? Quando si potrà uscire, chi andrà al ristorante? Al bar? Chi dall’estero verrà in Italia come turista dopo che abbiamo lanciato l’ovvio messaggio che siamo appestati? Prevediamo che oltre al danno sociale ed economico nell’immediatezza di questi due mesi, ci sarà un danno a lunghissimo termine. Basti citare il turismo (5.5% del PIL in spese dirette dei turisti, arrivando al 10% per tutto l’indotto). Intanto in Italia, un lavoratore su due non sta lavorando, e la CIG (cassa integrazione in deroga con causale Covid-19) non sembra essere stata ancora erogata neanche nella forma di prestito bancario, ed un italiano su quattro è pensionato.

Proprio ieri 18 aprile 2020, mentre stavamo completando la stesura di questo breve articolo, il Commissario Domenico Arcuri, uscendo chiaramente un po’ dai suoi compiti, e con il chiaro intento di aiutarci a concludere i nostri ragionamenti (grazie Domenico) ha dichiarato “Tra l’11 giugno 1940 e il primo maggio 1945 – dice – a Milano sono morti sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale 2 mila civili, in 5 anni; in due mesi in Lombardia per il coronavirus sono morte 11.851 civili, 5 volte di più” (sarebbero quasi sei volte, a dire il vero). Da qui la sua riflessione: non può esserci ripartenza senza la salute. A parte il computo sui “caduti civili” (in cui sicuramente i caduti antifascisti e della Resistenza non entrano) ed il confronto tra pere ed elefanti (si vedano le nostre considerazioni di cui sopra sugli attuali morti con/per Covid-19) lasciateci ribaltare il ragionamento. Siccome ogni giorno in Italia muoiono in media 1770 persone, ed i morti sotto le bombe alleate (i fucilati delle bande fasciste non contano) sono circa 2000 in ben 5 anni… allora la seconda guerra mondiale non ha fatto in Lombardia praticamente nessun danno! Eppure, per uscire dalla distruzione sociale ed economica, nel dopoguerra, ci vollero anni di sacrifici ed il piano Marshall.

RIFERIMENTI

Jared Diamond, 1997, Armi, acciaio e malattie, breve storia degli ultimi tredicimila anni (titolo originale Guns, Germs and Steel: the Fates of Human Societies), Giulio Einaudi Editore

Gaël Giraud, su Civiltà Cattolica (Quaderno 4075 (https://www.laciviltacattolica.it/quaderno/4075/)        pag. 7 – 19, Anno 2020        Volume II, PER RIPARTIRE DOPO L’EMERGENZA COVID-19, 4 Aprile 2020

1: Professore di Geofisica Applicata, Università degli Studi di Padova, cittadino

2: Professore di Geofisica Applicata, Politecnico di Torino, cittadino

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