Fearless

Niente paura, la comunità e il 25 Aprile della nuova Liberazione. 

di Marco Marturano

“A volte anche gli anni passano o qualcuno li fa passare”.  Diceva così 12 anni fa Luciano Ligabue in un pezzo che in questo 25 aprile è diventato un inno alla sopravvivenza “niente paura”. Già la paura. Perché è una parola alla quale abbiamo dato tutti i significati in questi anni ma questi due mesi e quelli che abbiamo davanti ce ne restituiscono due giganteschi che fanno cambiare anche il senso della liberazione che si celebra in questo 25 aprile 2020. 75 anni fa celebravamo la liberazione da una paura che ne racchiudeva in sé tante. La guerra e con lei in Italia in particolare il nazifascismo combattuto dai partigiani. E la paura della guerra dalla quale i partigiani (e gli alleati) ci liberavano conteneva la paura della morte, quella della povertà durante e dopo la guerra, quella della salute, quella del nemico e la paura dell’aver paura, del vivere nella paura. E nel corso di questi anni abbiamo vissuto e qualcuno allevato (media permettendo) altre paure. La paura del nucleare, la paura dell’immigrazione, la paura dell’inquinamento, della distruzione del territorio, la paura della crisi finanziaria,  la paura del terrorismo, la paura della criminalità organizzata e delle mafie, la paura della microcriminalità ovvero della parola insicurezza, la paura della distruzione del pianeta, la paura del futuro e altro ancora. Arriviamo preparati insomma o forse come per una malattia immunitaria arriviamo a questo momento di paura con le barriere abbassate da anni di sviluppo mediatico e politico nazionale e internazionale delle paure. E per questo Oggi chi festeggia sui balconi intonando “bella ciao” durante la più lunga prigionia che gli italiani abbiano potuto vivere da 75 anni appunto si associa alla parola paura due sensi diversi. La paura per la propria vita e per quella dei propri cari. Quella che pensavamo essere così lontana da non aver detto mai una parola mentre i governi di tutti i colori politici su sollecitazione delle regole finanziarie europee e dei mercati che le guidano più degli stati tagliavano la sanità e la ricerca perché tanto alla fine “io speriamo che me la cavo”. E poi viviamo la paura della recessione, del non riaprire un’azienda o un negozio, del non avere più un lavoro, del non avere più lo stesso reddito e del poter doversi chiedere come nutrire la propria famiglia. Qualcosa che ci accompagnerà per lungo tempo anche quando ricominceremo a poter uscire da casa. Scoprendo che eravamo più liberi in casa al sicuro che in un mondo con regole di ingaggio di sicurezza decisamente più oppressive della “prigionia” domestica. La festa della liberazione rinnova allora in questo 2020 bistestile come non mai il valore di una comunità che 75 anni fa per liberarsi da quelle paure nate dalla guerra trovo’ in sé la sua forza prima per liberarsi dal nazifascismo e poi per ricostruire. Adesso la parola comunità dovrà tornare forte e piena di senso nuovo. La distanza ha creato nuove forme di dialogo e di rete di comunità attraverso la tecnologia e lo farà anche nel prossimo futuro. Ma nella festa della liberazione dovremmo ricordare e rinnovare il sentimento di comunità che anche attraverso una politica e dei partiti allora più comunità di oggi aiutò gli italiani individualisti, familisti e campanilisti a vincere le paure e a fare di nuovo dell’Italia un grande paese raccogliendone i frutti migliori vent’anni dopo negli anni 60. Adesso dobbiamo fare di più e meglio con la velocità che ha la finanza e la tecnologia. Velocità che è nemica e amica insieme. A meno che le comunità non ritornano tali e riscoprano il superpotere della liberazione che arriva dal fare rete tra imprese tra lavoratori tra cittadini tra sindaci tra presidenti di regione tra partiti tra commercianti tra associazioni tra paesi. Non è l’utopia. È indispensabile. Per non sprecare questo 25 aprile 2020 e non ritrovarsi nel prossimo a rimpiangere di non aver capito la chiave della liberazione dal male del secolo e dalle sue conseguenze.