GIORGIO AMBROSOLI, L’UOMO CHE SFIDO’ MICHELE SINDONA

di Francesco Neri –

Il   liquidatore   della   Banca  Privata    ucciso   sotto   casa  poco   più   di quarant’anni fa in una Milano deserta da un sicario venuto dall’America

Sembra la scena di un film e invece è la realtà. Non un grande classico del cinema ma fatti accaduti per davvero. L’avvocato Giorgio Ambrosoli sta rientrando a casa dopo una giornata pesante e complicata. Una voce con una leggera inflessione straniera, quella di William J. Aricò, la voce del killer venuto dall’America, che lo chiama con un tono persino gentile, scusandosi anche del gesto estremo e violento che sta per compiere   signor Ambrosoli…mi scusi signor Ambrosoli   e poi i colpi di pistola che uccidono l’eroe borghese che stava liquidando la Banca Privata Italiana e le attività finanziarie, spregiudicate e borderline, del banchiere siciliano Michele Sindona. Sembra la scena di un film. E invece è la realtà.

Nominato commissario liquidatore della Banca Privata Italiana e delle attività finanziarie di Michele Sindona, Ambrosoli fu assassinato l’11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dallo stesso Sindona.

Nel 1964 comincia a occuparsi di questioni riguardanti il settore fallimentare delle liquidazioni coatte amministrative e viene chiamato a collaborare con i commissari liquidatori della Società Finanziaria Italiana.

Nel 1974 fu nominato dall’allora governatore della Banca d’Italia Guido Carli commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, portata sull’orlo del crack finanziario dal banchiere siciliano Michele Sindona, al fine di esaminarne la situazione economica prodotta dall’intricato intreccio tra politica, alta finanza, massoneria e criminalità organizzata siciliana.

I sospetti sulle attività del banchiere siciliano nascono già nel 1973, quando la Banca d’Italia, attraverso il Banco di Roma, inizia a investigare

sulle attività di Sindona nel tentativo di evitare il fallimento degli istituti di credito da lui gestiti: la Banca Unione e la Banca Privata Finanziaria. L’allora governatore Guido Carli, chiaramente motivato dalla volontà di non provocare  il panico nei correntisti, decide quindi di accordare un prestito a Sindona, anche in virtù della benevolenza dell’amministratore delegato dell’istituto romano Mario Barone. Quest’ultimo fu cooptato come terzo amministratore, modificando lo statuto della banca stessa, che ne prevedeva solo due:  nel caso specifico Ventriglia e Guidi.

Tale prestito fu accordato con tutte le modalità e transazioni necessarie e fu incaricato il direttore centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, di occuparsi della vicenda.  Le banche di Sindona vennero fuse e prese vita la Banca Privata Italiana di cui Fignon divenne vicepresidente e amministratore delegato. Contro tutte le aspettative Fignon andò a Milano a rivestire la carica e comprese immediatamente la gravità della situazione. Stese numerose relazioni, ricostruì le operazioni gravose e il sistema societario messi in piedi da Sindona e dai suoi collaboratori e ne ordinò l’immediata sospensione. In effetti Sindona, falsificando le scritture contabili e usando la Fasco AG come uno schermo per le sue avventure finanziarie, aveva usato indebitamente la liquidità depositata presso le due banche milanesi, la Banca unione e la Banca privata italiana, come mostra la prima relazione del commissario liquidatore redatta da Ambrosoli nel 1975. Nel settembre del 1974 Fignon consegnò a Giorgio Ambrosoli la relazione sullo stato della Banca. Fignon continuò nel suo operato, tanto da essere citato anche nelle agende dell’avvocato Ambrosoli, che nulla potava immaginare di ciò che sarebbe accaduto. Ciò che emerse dalle investigazioni indusse, in quello stesso 1974, a nominare un commissario liquidatore che venne individuato proprio nella figura di Giorgio Ambrosoli. Il lavoro dell’avvocato Ambrosoli stava cominciando a diventare pericoloso al punto che egli scrisse ad un certo punto alla moglie in una lettera privata:

è indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico:  lo  sapevo  prima   di   accettarlo  e  quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese…con l’incarico ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno  per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava, ed hanno ragione, anche se non fossi stato io avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo. I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria e, purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque tu sai  che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo…

E’ la sera dell’11 luglio del 1979 e Giorgio Ambrosoli sta rincasando dopo una serata trascorsa in compagnia di alcuni amici. Viene avvicinato sotto il portone della sua casa di via Morozzo della Rocca,1 a Milano  da uno sconosciuto che si scusò e gli esplose contro quattro colpi 357 magnum. Ad ucciderlo fu il malavitoso William Joseph Aricò. La pistola l’aveva  comprata da Henry Hill, Il pentito sulla cui vita si basa il film di Martin Scorsese Quei bravi ragazzi, che era stato dal 1974 al 1977 suo compagno di cella nel penitenziario di Lewisburg insieme a Robert Venetucci.

Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di Paolo Baffi della Banca d’Italia.