IL MEZZO E’ IL MESSAGGIO

di Francesco Neri –

Che il mondo della giustizia da sempre, forse, sia caratterizzato da mille problemi non è una novità. Lentezza, carte bollate, cavilli burocratici e codicilli talvolta hanno finito per determinare l’esito di un processo, l’iter giudiziario di un’inchiesta, la vita di un imputato.

Che non sempre la giustizia sia lungimirante  non lo scopriamo oggi: è capitato in passato, per esempio, che alcuni imputati sono stati prima assolti e poi condannati (pensiamo al caso di Alberto Stasi, imputato dell’omicidio di Garlasco, 2007) o prima condannati e poi assolti (pensiamo al caso di Amanda Knox, coinvolta nell’omicidio di Meredith Kercher a Perugia, 2007), lasciando sempre lo stesso dubbio nell’opinione pubblica: si è trattato di un errore giudiziario, di un’inchiesta condotta male o di un imputato che l’ha fatta franca?

Che nel mondo della giustizia spesso ci siano state inefficienze, problemi e, a volte, addirittura errori clamorosi non è una novità, purtroppo. Basti pensare a tre vicende emblematiche, e molte altre se ne potrebbero citare: sono le 16,37 del 12 dicembre del 1969 e nel centro di Milano un boato squarcia l’aria. Una bomba è esplosa a piazza Fontana nella Banca dell’Agricoltura. 17 morti e 88 feriti. Uno dei fermati, Pino Pinelli, trattenuto in questura oltre due giorni, quindi illegalmente come previsto dalla legge, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre vola giù da una finestra. Solo nel 2005 la Cassazione ha stabilito l’estraneità di Pinelli a quei fatti.

17 giugno 1983: i carabinieri di Roma, su ordine della Procura di Napoli   arrestano   Enzo   Tortora,    popolare    conduttore    della trasmissione televisiva Portobello. L’accusa è gravissima: associazione per delinquere di stampo camorristico. Addirittura le dichiarazioni di tre pregiudicati sembrerebbero inchiodare Tortora. Che resta in carcere per sette mesi. Dopo tutto l’iter giudiziario, dopo l’assoluzione della corte d’appello di Napoli anche la corte di Cassazione il 13 giugno 1987 riconosce la sua estraneità ai fatti.

Estate 1996: il popolare conduttore televisivo Gigi Sabani viene accusato dal sostituto procuratore di Biella di truffa a fini sessuali e induzione alla prostituzione. E viene arrestato. Verrà prosciolto da ogni accusa e otterrà un risarcimento in denaro per le false accuse e per l’ingiusta detenzione. Ma il danno ormai è fatto.

Siamo all’oggi: al centro del dibattito sulla giustizia c’è la gestione del DAP, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, la nomina dell’ormai ex capo Basentini, uomo di fiducia dell’attuale ministro della giustizia, costretto a dimettersi a causa della  cattiva gestione degli istituti di pena italiani,  le accuse di un’ icona della lotta alla criminalità organizzata come il dr Nino Di Matteo,  rivolte al ministro della giustizia relative a una nomina che avrebbe voluto lo stesso Di Matteo alla guida del DAP e poi ritirata poche ore dopo senza una spiegazione plausibile, in apparenza.

Tutte vicende gravissime. Quest’ultima, in particolare, quella di questi giorni non riguarda un magistrato e un imputato, la dialettica tra accusa e difesa. Riguarda la gestione delle patrie galere. Che la condizione delle carceri italiane non sia eccellente non lo scopriamo adesso, purtroppo, ma lo sappiamo da decenni. E quando c’è un’emergenza, come accaduto con la diffusione del covid-19, i problemi riemergono in tutta la loro gravità. Se i penitenziari italiani avessero avuto strutture sanitarie adeguate per tutelare la salute dei detenuti il problema non si sarebbe posto.   

Abbiamo assistito e stiamo assistendo non solo a una polemica ma a uno scontro vero e proprio tra istituzioni e quindi ancora più grave: tra il ministro della giustizia e un magistrato simbolo della lotta alla mafia, ex pm a Palermo e oggi consigliere del CSM quindi uomo di grande esperienza professionale. Una cosa in particolare accomuna tutti questi casi: il racconto che ne è stato fatto dai mass-media e in particolare dalla televisione. Tutte vicende che hanno avuto una notevole diffusione perché i grandi mezzi di comunicazione se ne sono occupati: avrebbero avuto la stessa eco se non fossero finiti in televisione? E altri interrogativi si potrebbero porre a questo punto: le immagini televisive possono influire sull’andamento di una vicenda processuale dal momento che viviamo immersi nella società dello spettacolo, che non è – secondo la definizione dello studioso francese Guy Debord – un insieme di immagini ma un rapporto sociale tra individui mediato dalle immagini?

Mentre nei primi tre esempi relativi a Pinelli, Tortora e Sabani sono stati i mezzi di comunicazione che hanno intercettato quei fatti per raccontarli, nell’ultimo caso citato, quello di questi giorni, sono stati i protagonisti di quelle vicende a cercare i mezzi di comunicazione e in particolare la televisione: tutta la polemica infatti tra un magistrato che ha catturato pericolosi criminali e l’ex capo del DAP, tra un consigliere del CSM e il ministro della giustizia non è avvenuta nelle sedi istituzionali preposte a dirimere tali questioni, non è avvenuta davanti a un consiglio disciplinare o davanti a una commissione in un’audizione riservata a porte chiuse ma è avvenuta in una trasmissione televisiva che va in onda in prima serata. E tutti coloro che hanno preso parte a quella trasmissione della domenica sera sembrano conoscere bene la lezione   del   vecchio   McLuhan   secondo   cui    “il mezzo   è   il messaggio”, soprattutto nell’epoca in cui viviamo in cui i grandi mezzi di comunicazione – giornali, radio, televisione – sembrano aver determinato la dissoluzione di punti di vista centrali, di quelli che il filosofo francese Jean Lyotard chiamava i grandi racconti.