La Transizione – Bona Communia

di Francesco Tupone

Sono Francesco Tupone, ingegnere elettronico, nonché docente di scuola media. A Novembre del 2006 ho partecipato alla nascita dell’associazione Netleft di cui sono socio fondatore. Prima ancora, dal 2003, sono stato presidente dell’associazione Linux Club Italia, un gruppo di 50 soci che aprì un locale a Roma, in Via Libetta, dove non solo si faceva musica ma si promuoveva la cultura ed il sapere libero e condiviso, prendendo come paradigma l’esempio del software libero open source. Parliamo degli anni in cui si è diffuso tra le masse il concetto di copyleft e le prime licenze Creative Commons (le forme alternative di tutela del diritto d’autore che permettevano l’utilizzo delle opere creative consentendone la diffusione e garantendole allo stesso tempo l’attribuzione, che poi è quello a cui tiene l’autore e l’artista: il riconoscimento della propria opera).

In pratica, quella che noi sentivamo come missione, era di considerare il sapere e la conoscenza come un bene comune da diffondere e condividere. Riteniamo di aver contributo in maniera considerevole a far dialogare ed a far fondere le culture artistiche, musicali e scientifiche con la cosiddetta cultura hacker.

Le nostre elaborazioni, già nei primi anni del duemila, erano proprio quelle di cui ha parlato Sergio Bellucci ieri nella nota introduttiva di questo convegno: il sopravvento della produzione immateriale su quella materiale ha reso il capitale umano, cioè la conoscenza, il vero motore dell’attività produttiva. Le macchine hanno perso il ruolo di mezzi di produzione a disposizione di pochi ma diventano a portata di tanti o tutti e quindi non più appannaggio dei soli grandi capitali e, nello stesso momento, l’attività manuale può essere, sempre più, sostituita dalle macchine.

Si intravede quindi, nel futuro, una lotta tra un modello di produzione dove nei settori chiave il capitale propone un sistema di produzione senza il lavoro, dove cioè le macchine possano sostituire le attività umane (liberandosi di sindacati, di tutele e diritti, di necessità di contrattazioni) a cui invece noi, i buoni, dobbiamo contrapporre un sistema di produzione che faccia a meno del capitale (inizialmente immateriale ma poi, con le stampanti 3D, “Arduino”, ecc., anche materiale). 

Sono qui però per parlare di un argomento che abbiamo studiato in questi ultimi mesi o anni. Dopo essere stati pioneri dell’era tecnologica, abbiamo scoperto i beni comuni antichi, ma ancora vivi, le proprietà collettive delle terre, presenti in tutte le zone del nostro paese ma soprattutto al centro sud.

Abbiamo riscoperto cioè la forte presenza degli “usi civici” e abbiamo studiato la loro formidabile Storia che ha accompagnato i nostri avi dal tempo dei romani, passando per le varie dominanzioni e compresenze (papato, longobardi, bizantini, normanni, francesi, spagnoli), e che ha coinvolto maggiormente i Regni di Sicilia, di Napoli e Stato Pontificio.

Gli usi civici hanno rappresentato una forma di diritto umano primario, una diretta estensione del diritto alla vita: rappresentavano cioè il diritto ad una vita dignitosa e, come il diritto alla vita era considerato inviolabile, neanche dal RE, tutti i cittadini avevano il diritto di raccogliere legna, di raccogliere ghiande, di pascolare greggi, di costruirsi un riparo, ma anche di coltivare la terra, se non ne avevano a sufficienza di loro proprietà, avevano il diritto a coltivare la terra del feudo.

In pratica per i nostri baroni non solo, come si è studiato a scuola o all’università, i feudi erano un  usufrutto e non una proprietà, ma sorprendentemente, i feudi meridionali, sono sempre stati un condominio tra Barone e cittadino, dove l’uno (il barone) era impossibilitato a costruire le “difese” cioè le recinzioni (le “enclosures” le chiamava Marx quando nel capitale spiegava il modo in cui la classe capitalistica, nobile e borghese, metteva alla fame i contadini per renderli proletari urbanizzati) e l’altro (il cittadino) aveva il diritto a provvedere per sè e la famiglia utilizzando il feudo.

Si aggiunga a questo che le cittadine meridionali avevano anche il loro demanio comunale, proprietà collettiva della cittadinanza, utilizzato per le attività di allevamento e agricoltura. Insomma la proprietà collettiva delle comunità ed il diritto ad utilizzare il feudo hanno rappresentato per secoli una forma di diritto primario, inviolabile e imperscrittibile, una sorta di “reddito di cittadinanza universale” garantito in natura, che ha resistito ancora oggi.

Oggi infatti il 5% delle terre coltivabili ed il 10% del totale sono ancora proprietà collettive, non pubbliche, ma delle singole comunità, sono una terza forma della proprietà che si aggiunge (dal 2017) alle classiche forme della proprietà privata e proprietà pubblica.

La nostra proposta

Nei prossimi mesi ci concentreremo prima nella premessa, cioè nel far conoscere a tanti questa formidabile questione che riguarda la nostra Storia, la vicenda degli usi civici e, proprio in funzione di ciò, abbiamo da poco terminato la stesura di un libro “Bona Communia” su questo argomento, che daremo presto alle stampe. Proponiamo poi di costruire una rete delle Amministrazioni Separate dei Beni di Uso Civico (a nord di Roma sono chiamate Università Agrarie), per mettere in comune idee e proposte e valorizzare e sviluppare le enormi potenzialità che le proprietà collettive possono rappresentare, se venissero contaminate dalla cultura hacker.

In Italia ci sono milioni di ettari di territorio di proprietà delle comunità: si potrebbero realizzare biblioteche, fablab, hackerspace, centri di cultura e di produzione di conoscenza, centri di sperimentazione e di applicazione delle nuove tecnologie a basso costo ai fini agricoli, di pascolo e di produzione energetica ecosostenibile (evitando le brutture delle distese di pannelli fotovoltaici e di pale eoliche che deturpano il paesaggio), di mantenimento del territorio e di prevenzione di frane, smottamenti, incendi.

Una ultima considerazione, noi pensiamo che il capitale preferisca un modello lavorativo a “cottimo”, come lo sono ad esempio molte delle partite iva, senza sindacato, preferisce cioè un lavoratore monade, non più appartenente a comunità ed organizzazioni collettive, senza radici né identità, di classe e culturali.

Il nostro sforzo attuale è quello di cercare di recuperare la memoria, la consapevolezza che soli non siamo nessuno, ma che tutti noi siamo e siamo stati parte della Storia, protagonisti sempre, ognuno con le sue culture, pari e dignitose, vogliamo contrastare le prevalenze di culture elitarie, territoriali, linguistiche, insomma recuperare il concetto di eguaglianza e di “comunità agente” e protagonista, perché la democrazia non sia relegata ad un voto ogni tot anni, ma sia esercitata ovunque e sempre, anche nell’economia.