Per Gianni Mura

di Andrea Satta* –

Un mio ricordo di Gianni Mura

Mi son chiesto a volte “E se morisse Gianni?” Questo suo apparire con il pallone e le figurine e mischiare burbera fanciullezza con umanità e sentimenti trovavo splendido e fragile. Me lo dicevo ogni tanto perché lo temevo. Se n’è andato nei giorni drammatici dell’Italia, con la sua Milano che soffre e trema come mai si sarebbe potuto immaginare. Mi voleva bene, Gianni Mura, per lui ero uno un po’ scapigliato e per sempre ragazzino. Ho avuto però la fortuna di trovarmelo accanto in tante storie strampalate. E ora mi ripassano tutte davanti, quelle storie, come fantasmi, mentre affacciato al balcone guardo la strada vuota dall’ingorgo della sera, quel brutto rientro di lucine rosse che mi manca, che da casa mia scivolava a piccoli passi verso la periferia più a est.

Ciondolante, Gianni si presentò a San Lorenzo, in via dei Piceni dove abitavo, un pomeriggio di una quindicina di anni fa, Avanti Pop capitolo zero. Stavo ancora immaginando quel disco e tutto il viaggio che ci avrebbe portato nelle fabbriche italiane fra operai disperati e dimenticati morti per amianto. Io volevo partire da lui. Scesi giù al portone, ad aspettarlo ed eccolo col suo passo gongolone in fondo alla via. Gli ondulava da una mano una busta bianca del supermercato, quelle dei lavoratori che, nelle ore mature del pomeriggio, sono piene di casseruole vuote della pausa pranzo. Là dentro, in quella busta bianca, però, c’erano i suoi ori. Appunti e musicassette con le sue selezioni. Per scremare un canzoniere su inni di lotte, sussurri d’amore e battaglie di giustizia perdute, lui, Gianni, un lavoro l’aveva già fatto. Partiva da Ivan Della Mea, da Gualtiero Bertelli, da Giovanna Marini. Ascoltavamo e ad una certa ora ci preparavamo da mangiare. Più di qualche seduta in coincidenza con i suoi passaggi a Roma per Repubblica e scegliemmo le canzoni che in quel disco avremmo interpretato, le altre le avremmo scritte noi Têtes. Poi aggiunse la sua penna e la sua voce in un’ode al camionista, traccia 11 dell’album “Avanti Pop”. Una volta azzardai un piatto di pasta più difficile e venne il momento di scolarla. Lo feci con disinvoltura, c’era anche qualcuno dei Têtes de Bois a pranzo, Massimo Pasquini e forse Marco Pastonesi. Arrivò il momento della verità. Sugo semplice di pomodoro e basilico che venne tollerato, ma la sentenza… perché quella pasta è difficile da cogliere nel suo goal, se la cuoci troppo si smonta sui bordi, se non la cuoci abbastanza le resta dura l’anima di grano. “Andrea, ai paccheri, ci si arriva per gradi”, solenne, Gianni. Quei gradi io non li feci più per un bel po’ di tempo e cucinare i paccheri mi fa pensiero anche oggi.

Gianni, a Milano ogni tanto, in quegli anni, ci portava a cena da qualche parte. Mi ricordo da un oste, largo come un letto a tre piazze, che mise al centro della tavola una forma di parmigiano, sicuramente il più scelto della sua amata pianura, dove le mucche mangiano l’erba del Paradiso. Mai più assaggiato niente del genere.
Quando decidemmo di metter su una folle spedizione per seguire il Tour de France, scrivendone sul Manifesto, si divertì molto all’idea che noi ci saremmo occupati molto più di transennisti e del villaggio che ogni giorno trascinava per duecento chilometri cinquemila nomadi fra tecnici, giornalisti e operai, che di chi avrebbe vinto la tappa. Scriveva ancora con il dimafono allora, Gianni e credo che sia stato l’ultimo ad averlo fatto. Mi ricordo nettamente il suo dettato dal Galibier. Io lo aggiornavo. “Dove siete?”, faceva lui, e noi eravamo sempre alla tappa successiva, in un camper, con Timi, Betta, Gianni, Gino, Marta, Licio, Gregorio, tutti insieme e a turno, chi scriveva, chi faceva disegni, chi prendeva appunti, chi cercava consonanze fra le canzoni e il viaggio, fra le imprese e il traguardo e ogni tanto noi a chiedergli consulenze.
Non accettava che qualcuno sapesse di qualche corridore meglio di lui. Litigammo spesso per questo genere di cose, per tal Petito se fosse o no di Civitavecchia, ad esempio e facevamo calambour su tutto. Velocisti con la “G”, no, scalatori con “P”, elenco dei gregari di Gimondi, quante “Milano-Sanremo” Eddy Merckx? Ordine d’arrivo del Tour de France del ’75? Qual’è la vera storia di Luis Ocana?

Avevamo davvero tanti amori comuni e scrisse per il nostro disco “Goodbike”, “Le bal des Cols”, una filastrocca che solo lui poteva immaginare, tutte le salite del Tour in rima, anche i colli che non si scalavano da anni, tanto Gianni i Giri di Francia se li era fatti tutti. Quando si andava in giro a suonare, gli chiedevamo al telefono lumi sulla trattoria del posto. Lo abbiamo chiamato spesso per questo e le sue rotte e non erano mai distratte come quelle messe in musica da Rocco de Rosa, il musicista lucano che Gianni amava. A lui piacevano quelli che stanno sulla riva improbabile del marciapiede, quelli come Rocco, gente vera. Notava quei personaggi là e dava loro luce. Non lo fa quasi più nessuno. Scrisse, dedicata a Pantani, la intro della nostra “La canzone del ciclista”, un brano che misi giù pensando a Fabio Casartelli, caduto su una curva dei Pirenei al Portet d’Aspet.

Pochi anni fa, un mi affidarono un paio di edizioni dell’Eroica di Montalcino. Dovevo curare la parte artistica, immaginarmi qualcosa e portarci le famiglie e non solo gli eroi. Ci lavorai con Giancarlo Brocci, Mauro Niccoli, Franco Rossi e con Marco Pastonesi. Chiamai Gianni, non potevo non farlo. Anche quella volta partii da lui. Avevamo pensato di fare la “Festa del gregario” e dedicare tutta la toponomastica del paese a loro, i veri eroi del ciclismo. Ne invitammo parecchi, alcuni molto anziani, tutto un altro ciclismo alle spalle e storie bellissime da tirar fuori. Le targhe delle vie e delle piazze per due giorni cambiarono destino, avevano scritti su  nomi e cognomi di corridori, i più sconosciuti, quelli che non arrivano mai, buoni per portare l’acqua, la gomma sana al campione che avrebbe dovuto vincere la corsa in cambio di un salario, poca riconoscenza e garanzia di anonimato. Noi li volevamo tutti insieme lì, loro vennero da varie parti d’Italia e Gianni li raccontò alla grande. Andai a prenderlo con il vecchio pulmino dei Têtes fino a Firenze per risparmiargli le peripezie di una trasferta toscana fra bellissime, ma interminabili colline. Ma infinita fu lo stesso quella volta. Arrivammo in Maremma, per distrazione, sfidandoci sui ciclisti e sui giochi di parole, mi confusi e ci ritrovammo molto oltre Montalcino che le colline del vino erano già troppo lontane. Mi guardò, mi sorrise, lo sapeva, non altre parole.

Amava Léo Ferré, come tutti noi e questa era la base del nostro sentire. Amava il genio, l’irregolare che Ferré rappresenta e stimola in ogni artista, in ogni uomo. Io ho amato Gianni anche per questo.
Poi venne il giorno che se ne andò Alfredo Martini, l’uomo straordinario. Ero con Gianni e Marco Pastonesi a trovare in chiesa dal microfono le ultime parole, con Davide Cassani e tutti i suoi campioni a portare la bara, ma noi lì più vicini di tutti all’addio che era fine di un’epoca. Alfredo che mi aveva tanto a cuore me lo aveva fatto conoscere proprio lui, Gianni.

Massimo Pasquini che dirigeva la comunicazione dell’Auditorium Parco della Musica a Roma, una volta mi chiese di fare un’ora di intervista a Gianni. Era prevista un gran bella platea. Nessun problema, di cose da chiedergli ne avevo fin troppe. Ma così, per non star troppo tranquilli, alla fine dell’oretta, con la gente tutta soddisfatta, un po’ malefico, si volle togliere una soddisfazione. “Adesso, finalmente, una domanda te la faccio io, Andrea: qual’è il monte più alto dell’Australia?” E io pronto: “il Monte Kosciuszko, 2250 metri”. Impallidì e io gli sorrisi apposta e con più dolcezza. In tutte queste strampalate cose che Gianni ha fatto con noi e per noi e altre che mi pare troppo raccontarvi, non ha voluto mai un centesimo. Anche in questo era assolutamente raro. E ancora una sua frase, un omaggio alla lealtà “solo in bicicletta andare in fuga non è da vili”

Avrei molte cose ancora, vorrei forse dirvi che se ho parlato tanto di noi è perché a noi è stato molto vicino, sostenendoci, burbero, critico e innamorato, forse devo ancora dirvi che mi confessò che avrebbe voluto fare il medico e il cantautore, che quella volta mi venne da ridere e rise pure lui, ma ora preferisco starmene qui, da solo, a ripensarlo, affacciato a questo balcone sulla strada vuota che va verso Roma est, in questi giorni straziati, con nelle orecchie quella sua bella voce da onde medie.

*Pediatra, Musicista, cantante, operatore culturale