QUANDO I MIGRANTI ERAVAMO NOI

di Francesco Neri –

OGGI NOI ITALIANI SIAMO COLORO CHE ACCOLGONO. IERI ERAVAMO QUELLI CHE VENIVANO ACCOLTI E “LAMMERICA” ERA IL NOSTRO MIRAGGIO

Passato e presente che si ripetono. Coincidenze che sembrano impressionanti e che sono quanto mai attuali. Loro e noi, emigrati in Italia dei paesi che si affacciano su Mediterraneo e emigrati italiani nel mondo. Sarebbe necessario fare una riflessione seria e approfondita. Dal momento che questo è
il tema dei nostri giorni, del nostro attuale presente e del nostro futuro prossimo. Un tema che è stato raccontato da chi il mondo lo guarda, lo osserva e prova a descriverlo.
Lo ha raccontato Giovanni Maria Bellu, e inviato di Repubblica ed ex condirettore de L’Unità con il libro I fantasmi di Portopalo, uscito nel 2004 per la collana Le strade blu di Mondadori, da cui è stata tratta la fiction andata in onda su Rai Uno con lo stesso titolo. Natale 1996: nel canale di Sicilia avvenne quello che all’epoca fu considerato il più grande naufragio della storia del Mediterraneo dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Circa 300 giovani uomini di origine pakistana, indiana e tamil morirono mentre, a bordo di una carretta del mare, erano partiti in cerca
di condizioni migliori di vita.
Quella vicenda passò sotto silenzio e fu quasi completamente dimenticata benché un centinaio di superstiti, abbandonati dai trafficanti su una spiaggia del Peloponneso e arrestati dalla polizia greca, l’avessero raccontata nei dettagli. Le loro testimonianze, secondo le autorità italiane, non potevano
essere considerate attendibili: se veramente fosse avvenuto un naufragio di quelle dimensioni i corpi delle vittime sarebbero stati trovati a decine. Invece non ne era stato rinvenuto nemmeno uno.
Come era possibile? I fantasmi di Portopalo racconta in prima persona, come Giovanni Maria Bellu incontrò un pescatore – Salvo Lupo – di Capo Passero, Sicilia Orientale, che gli rivelò come davvero erano andate le cose. Una verità tragica e drammatica da sembrare inverosimile: erano state trovate
decine di cadaveri. Ma i pescatori avevano deciso di lasciarli dove stavano, cioè in mezzo al mare. Perché l’inizio di qualsiasi tipo di indagine avrebbe significato la chiusura dello spazio di pesca per un tempo indeterminato, un danno economico enorme. Se la notizia di quel gigantesco naufragio
fosse finita sulle prime pagine dei giornali, avrebbe danneggiato anche l’economia nazionale. Allora meglio tacere e voltare le spalle, facendo finta di non vedere. Facendo finta che non fosse accaduto nulla.
Lo stesso tema dei migranti lo ha affrontato anche Fabrizio Gatti, inviato dell’Espresso nel libro Bilal, uscito nel 2007 da Rizzoli. Aveva raccontato, Gatti, e documentato l’odissea ormai abituale di tante persone – fingendo di essere egli stesso un clandestino – che, rischiando di morire, abbandonano le coste dell’Africa settentrionale a bordo di barche sovraccariche nella speranza di raggiungere l’Eden dopo aver attraversato un pezzo di Mediterraneo. E, allora, Fabrizio Gatti, imitando Steve McQueen che nel film Papillon del 1973 si butta dalle rocce affidandosi all’Oceano in cerca di libertà, si tuffò nel Mediterraneo, con un nome inventato, con lo scopo opposto a quello dell’attore americano del film citato: farsi prendere invece di scappare. Farsi ripescare in mare per documentare in modo preciso le umiliazioni, gli abusi e le violenze subite da uomini, donne e
bambini che, nella fatica di migliorare la propria condizione di vita, hanno sfidato il deserto, i trafficanti e le tempeste.

Del tema dell’immigrazione ne aveva parlato anche Gian Antonio Stella, inviato del Corriere della Sera, nel libro uscito da Rizzoli nel 2002 L’Orda, quando gli albanesi eravamo noi.

Oggi noi italiani siamo coloro che accolgono. Ieri noi italiani eravamo quelli che venivano accolti. Ci siamo inventati il mito, ruffiano e accattivante, degli “italiani brava gente”. Ancora all’inizio del secolo scorso erano moltissimi gli italiani che abbandonavano il paese in cerca di fortuna in tutto il
mondo: in Svizzera, in Francia, in Belgio, in Germania, in America. Italiani nel mondo, stranieri e immigrati nel mondo. A volte disprezzati, spesso mal sopportati e tollerati. I nostri nonni emigranti, i nostri cugini ‘mericani, i nostri zii d’America non avevano nome e cognome, solo contronomi, appellativi e nomignoli insultanti e sprezzanti. “La feccia del pianeta” eravamo, come ha scritto Stella. Bel paese brutta gente è il titolo di un romanzo in cui Claus Gatterer racconta la differenza e l’intolleranza dei sudtirolesi verso gli italiani. “Bel paese brutta gente” è anche un modo di dire diffuso in Europa all’inizio del Novecento con cui venivano indicati gli italiani che emigravano. Per molto tempo, a partire dalla fine dell’Ottocento, nei paesi in cui arrivavamo non eravamo che poveracci o delinquenti. Oggi che non siamo più un paese di emigranti ma che gli immigrati li riceviamo ci raccontiamo, con una certa ipocrisia, che eravamo poveri ma belli. Da quando accogliamo mano d’opera straniera facciamo finta di non ricordare che i nostri nonni non erano poi
tanto diversi dai curdi o dai cingalesi che sbarcano sulle nostre coste. Continuiamo a raccontarci che, partiti senza un soldo, facevamo fortuna e tornavamo ricchi e che, nei paesi d’immigrazione, ci guadagnavamo subito stima e rispetto. Ma non è così. Basti ricordare, semplicemente, che tra il
1876 e il 1976, ventisette milioni di italiani hanno fatto fagotto ma pochi, dopo aver sgobbato per una vita, si sono affermati. Come Amedeo Obici che, nato ad Oderzo in provincia di Treviso – partito a undici anni e faticando come un dannato – riuscì a diventare mister Peanuts, il signore delle
noccioline americane. O come Geremia Lunardelli che arrivò in Brasile senza un quattrino e divenne il re del caffè mondiale. “Abbiamo perduto 27 milioni di padri e di fratelli eppure quasi non se ne trova traccia nei libri di scuola. Erano partiti, fine. Erano la testimonianza di una storica sconfitta, fine. Erano una piaga da nascondere, fine. Soprattutto nell’Italia della retorica savoiarda e fascista”. Oppure come Fiorello La Guardia: si fece i calli in Arizona senza mai dimenticare l’insulto rivoltogli da un razzista “Ehi, Fiorello, dov’è la scimmia?” Sarebbe poi diventato il sindaco più popolare di New York. Alcuni nostri connazionali hanno avuto il coraggio di fare i lavori più umili, la costanza di non arrendersi. Ci hanno resi famosi nel mondo e li ricordiamo volentieri.
Quelli che non ce l’hanno fatta, che oggi vivono tra mille difficoltà nelle periferie di San Paolo, di New York, di Melbourne, sono una pagina da dimenticare.
Anche noi, come gli immigrati che non sappiamo accogliere e integrare, siamo stati clandestini, abbiamo vissuto in condizioni igieniche che dire precarie è poco, anche noi abbiamo fatto lavorare i minorenni. E’ significativa la storia di Donato Vozza che aveva comprato due bambini, Francesco e
Felice Fraioli, all’inizio del Novecento, al prezzo di cento lire l’uno quando una macchina da cucire costava all’incirca 200 lire. Non bisogna dimenticare poi la vicenda di due anarchici, Bartolomeo Sacco e Nicola Vanzetti, finiti sulla sedia elettrica.


La differenza tra gli emigrati di oggi in Italia e gli emigrati italiani di ieri nel mondo, forse, è solo temporale.